L’identità secondo Facebook: “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”

Nell’era del digitale e del grande problema di come pensare, costituire, difendere e organizzare un’identità digitale, i consigli e le soluzioni (almeno tentate) non mancano: OpenID è un discreto esempio.

Cosa ne pensa invece il nostro (o la nostra?) vecchio(a?) Facebook?

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Le ballerine

Mondiali di Calcio 2010: l’Italia si fa sbattere fuori ai gironi da squadre di livello decisamente inferiore, così come la Francia; le Sudamericane non stanno a guardare e infilano tutti i posti che riescono ad accaparrarsi, arrivando a qualificarsi tutte quante per gli ottavi, giocando anche un bel calcio; le Africane (o forse era solo una?) e le Asiatiche si accaparrano gli ultimi posti per completare il quadro delle fasi eliminatorie, assieme a qualche centro/nord americana.

Giornalisti di ogni risma si scatenano: è il declino dell’Europa, Europa mai così in basso, l’ascesa delle sudamericane, il nuovo che spazza via il vecchio. Un vero tormentone sul calcio vecchio del vecchio continente, si sprecano elogi e critiche, si fa di tutta l’erba un fascio e si buttano su titoloni da guerra mondiale.

Passano gli ottavi, e qualche sudamericana e l’Asia torna a casa, con l’onore intatto. Ai quarti arrivano tante sudamericane, qualche europea, mai così poche da sempre. E’ destino, è il mondiale del Sud America, l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, il Paraguay. Sembra quasi destino che arrivino a giocarsi la coppa, a sentire i nostri beneamati giornalisti.

Ora, a giocarsi il titolo sono due europee, mentre il terzo posto è già stato accaparrato dalla Germania.

Nessuno si aspetta scuse, abiure o ripensamenti, giammai, l’ammissione di errore è il peccato principe. Anzi, gli stessi che tanto hanno sprecato inchiostro nell’osservare, prevedere, giudicare il "nuovo corso", scambiando una nevicata improvvisa per l’annuncio di una glaciazione, saranno loro stessi ora a sputtanare chi prima di loro l’ha detto.

Sono i media, baby. Vai avanti come un treno, non guardarti mai indietro, potresti perdere la spinta, punta sempre più in alto anche mentre precipiti, sparala più grossa e vinci tutto lo share.

Il premio che t’aspetta al fondo, il jackpot, è un posto d’onore tra i voltagabbana d’ogni tempo.

Disse una volta un collega di mio padre in riunione, rivolto a un altro "Zitto, tu che sai solo fare la ballerina".

Più che una frase azzeccata, uno stile di vita invidiabile.

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Ubuntu to Debian: breve resoconto di un delirio

Dopo lungo tempo, è giunto il momento di raccontare quello che non si può definire altro che pura follia.

Dopo aver usato per qualche tempo usato Ubuntu, una certa sensazione di schifo, di inadeguatezza, che forse un giorno potrò spiegare, mi ha convinto che dovevo provare la madre suprema: Debian.

Nonostante, però, blogger, forum e utenti di tutto il pianeta abbiano scritto in ogni salsa che i pacchetti Debian e Ubuntu non sono più compatibili, e un passaggio diretto dall’una all’altra (ovvero cambiando solo i repository in /etc/apt/sources.list, senza re-installazioni da zero) sia sostanzialmente impossibile, la coscienza di non aver comunque granchè da perdere mi ha convinto a fare un tentativo.

In fondo, mi dicevo, non potrà essere così diverso! Se poi riesco ad avere un quantitativo sufficientemente grande di pacchetti da aggiornare nel passaggio, i conflitti dovrebbero essere del tutto risolti e potrei trovarmi con un sistema Debian pronto all’uso!

Un ragionamento che ha fatto più di una piega.

Purtroppo tutto è successo qualche mese fa ormai, quindi non mi resta che qualche ricordo e uno screenshot. Ma cercherò di fare un resoconto affidabile.

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